Privacy: il Garante interviene sulla sentenza CEDU sui sistemi di video sorveglianza sul lavoro

Privacy: il Garante interviene sulla sentenza CEDU sui sistemi di video sorveglianza sul lavoro

Sulla pronuncia della Gran Camera della Corte EDU, che verrà analizzata nel testo, è intervenuto il Presidente del Garante Privacy Antonello Soro che in data 17 ottobre 2019, ha commentato che “la video sorveglianza occulta è … ammessa solo in quanto extrema ratio, a fronte di “gravi illeciti” e con modalità spazio-temporali tali da limitare al massimo l’incidenza del controllo sul lavoratore. Non può dunque diventare una prassi ordinaria. Il requisito essenziale perché i controlli sul lavoro, anche quelli difensivi, siano legittimi resta dunque, per la Corte, la loro rigorosa proporzionalità e non eccedenza: capisaldi della disciplina di protezione dati la cui “funzione sociale” si conferma, anche sotto questo profilo, sempre più centrale perché capace di coniugare dignità e iniziativa economica, libertà e tecnica, garanzie e doveri”.

di Mauro Festa – Avvocato in Milano presso Studio Legal For, Entertainment & Digital Law, Federico Serratore – Avvocato in Milano presso Studio Legal For, Entertainment & Digital Law

Il 17 ottobre 2019, la Grande Camera della Corte Europea di Strasburgo si è pronunciata in merito al ricorso López Ribalda e altri c. Spagna (ricorsi n. 1847/13 e n. 8567/13).

I ricorrenti (nello specifico cinque), tutti dipendenti di una catena di supermercati di una cittadina nei pressi di Barcellona, hanno lamentato di essere stati ripresi inconsapevolmente dal datore di lavoro durante le ore lavorative, giacché presumibilmente responsabili di aver commesso dei furti.

Il datore di lavoro, infatti, avendo notato notevoli ammanchi di beni, per un totale di circa € 80.000,00 a partire dal mese di febbraio fino al mese di giugno 2009.

Nell’ambito di indagini investigative interne, pertanto, il datore di lavoro aveva provveduto a installare alcune telecamere di sicurezza, a circuito chiuso, di cui alcune, segnalate e comunicate al garante per la privacy spagnolo, direzionate verso l’uscita per fini di sicurezza, altre, invece, nascoste e direzionate verso le casse al fine di monitorare l’operato dei dipendenti.

A seguito delle indagini interne, una volta appurato che ben 12 dipendenti erano soliti compiere furti di beni e di cibo dal supermercato, il datore di lavoro ha proceduto con il licenziamento immediato per giusta causa.

Cinque dei dodici soggetti licenziati hanno, pertanto, avanzato un’azione civile presso il Tribunale del Lavoro spagnolo nei confronti del supermercato, opponendosi al licenziamento alla luce di una lamentata violazione della loro privacy.

Il legale rappresentante del supermercato, convenuto nel procedimento, aveva richiesto, tra l’ammissione dei mezzi probatori, i video che “incastravano” i dipendenti rei di aver commesso i summenzionati illeciti.

Questi ultimi avevano, pertanto, ritenuto incostituzionale l’ammissione dei mezzi di prova, giacché ottenuti in violazione di un diritto fondamentale garantito sia dall’ordinamento spagnolo che dalla CEDU.

Il Giudice del Lavoro, richiamando una nota sentenza della Corte Costituzionale spagnola (n. 186/2000), ha invece ritenuto opportuno ammettere i suddetti mezzi probatori, sostenendo, in richiamo alla citata pronuncia, che:

1) l’adozione delle telecamere e la mancata, previa, notifica ai dipendenti, era giustificata dal ragionevole sospetto di una grave condotta; 2) era una misura appropriata ai fini da raggiungere; 3) si trattava di una misura necessaria, al fine di verificare o meno l’esistenza delle condotte dolose; 4) la misura adottata era proporzionata, giacché limitata nello spazio e nel tempo e strettamente necessaria al fine di investigazione sui reati potenzialmente commessi.

Dello stesso avviso sono risultate, relativamente al “claim” in questione, senza addentrarci sulla giusta causa di licenziamento e sulle altre richieste degli attori, le pronunce della Corte d’Appello e della Corte Costituzionale spagnola.

In tutti i tre gradi di giudizio si è sostenuto che non fosse stata violata la normativa allora applicabile, ossia la Direttiva 95/46/CE e la Ley Organica n. 15/1999, alla luce del fatto che nel caso in esame sia stato eseguito un corretto bilanciamento tra l’interesse legittimo perseguito dal datore di lavoro e la ingerenza e, solo potenziale, violazione del diritto fondamentale alla privacy.

Ciononostante, a seguito di ricorso presso la Corte EDU, quest’ultima ha ritenuto dichiarare violato l’art. 8 della CEDU, ritenendo che il bilanciamento adottato dalle Corti spagnole non fosse corretto, adeguato e legittimo, sostenendo che il datore di lavoro avrebbe dovuto, anche genericamente, informare i lavoratori dell’applicazione di mezzi di video-ripresa.

Tuttavia, il procedimento de quo, è stato rimesso alla Grande Camera della Corte EDU, nell’ambito del quale i ricorrenti hanno reiterato le richieste sostenendo di essere stati ripetutamente filmati nel luogo di lavoro, per intere giornate senza esserne stati previamente resi edotti e poter adottare le misure loro concesse ex art. 8 CEDU. Dall’altra parte il Governo spagnolo, resistente, ha sostenuto che i lavoratori si trovavano a lavorare in un luogo pubblico e a stretto contatto col pubblico, tanto da non ritenere applicabile e estendibile il concetto di “vita privata”, e i relativi diritti connessi, sancito dall’art. 8 CEDU, specie nel caso (come quello in questione) di condotte criminose.

La Grande Camera, si è, pertanto, pronunciata nel senso di limitare il concetto di “vita privata” sostenendo in prima battuta che il luogo di lavoro, nello specifico il supermercato, è un luogo aperto al pubblico e per definizione non trova piena estensione l’art. 8.

Pur tuttavia, la Grande Camera sostiene che, anche nei luoghi pubblici, una sistematica e permanente registrazione di immagini possa integrare una violazione della privacy e, quindi, generare un potenziale danno ai cittadini. Ancor più, laddove non sia data previa indicazione dell’apposizione di sistemi di video sorveglianza, così come previsto specificamente dal diritto spagnolo.

Da una analisi dei precedenti gradi di giudizio, però, la Grande Camera della Corte EDU, ha potuto individuare la corretta estrinsecazione del bilanciamento effettuato dalle Corti spagnole, valutando da una parte l’interesse e il diritto del datore di lavoro di proteggere la proprietà e di portare avanti correttamente le attività, dall’altra il diritto dei lavoratori alla salvaguardia della propria privacy e della vita privata.

È stata, pertanto, ritenuta proporzionata la condotta del datore di lavoro, giacché i) ha limitato nel tempo (dieci giorni) e nello spazio (solo e esclusivamente nelle zone interessate) l’attivazione delle telecamere, ii) era l’unico strumento possibile per la verifica e il monitoraggio delle attività, iii) era una misura appropriata per perseguire l’interesse legittimo del datore di lavoro stesso, iv) non era eccessiva giacché il sospetto di una grave condotto ha reso ammissibile e doverosa tale misura, non ritenendo, quindi applicabile la violazione dell’art. 8 CEDU, anche in ragione della Direttiva 95/46/CE e la Ley Organica n. 15/1999, oltreché dalla normativa interna applicabile e dalla Carta Costituzionale spagnola.

L’EDPB (European Data Protection Board), già prima della pronuncia sopra citata aveva il 9-10 luglio u.s. adottato delle linee guida (3/2019) in materia di trattamento dei dati personali attraverso l’utilizzo di sistemi di video sorveglianza e video ripresa, che tuttavia non ha trovato applicazione al caso concreto di cui sopra.

Occorre brevemente ricordare che la raccolta di immagini e/o audio/video riprese deve rispettare i principi di liceità, correttezza e trasparenza (art. 5, 1a), oltreché rispettare le finalità per le quali vengono raccolte (art. 5, 1b) e deve, altresì, essere rispettato il principio di minimizzazione dei dati (art. 5, 1c).

Di particolare rilevanza, inoltre, è l’analisi che occorre effettuare in ragione della dimensione degli spazi, se pubblici o privati, ovvero del numero dei soggetti cui il trattamento dei dati personali è destinato attraverso sistemi di video/audio registrazione. Trovano, infatti, applicazione gli artt. 35 (in particolare, comma 1 e comma 3a e 3c) e 37 del GDPR allorquando il trattamento è effettuato -tra gli altri- su luoghi aperti al pubblico e su larga scala.

In ogni caso, all’interessato deve essere sempre garantita la necessaria informativa sulle finalità del trattamento, che l’EDPB raccomanda debba essere specifica e non generica: “Video surveillance based on the mere purpose of safety or for your safety is not sufficiently specific (art. 5, 1b)”.

L’obiettivo dell’EDPB è stato proprio quello di orientare in modo chiaro gli operatori del settore e cercare di ridurre, per quanto possibile, eventuali lacune normative, anche al fine di dirimere in modo agevole eventuali controversie come quella in esame.

Sulla pronuncia della Gran Camera della Corte EDU è, tuttavia, intervenuto il Presidente del Garante Antonello Soro che in data 17 ottobre 2019, ha commentato “se da una parte giustifica, nel caso di specie, le telecamere nascoste, dall’altra conferma però il principio di proporzionalità come requisito essenziale di legittimazione dei controlli in ambito lavorativo. La video sorveglianza occulta è, dunque, ammessa solo in quanto extrema ratio, a fronte di “gravi illeciti” e con modalità spazio-temporali tali da limitare al massimo l’incidenza del controllo sul lavoratore. Non può dunque diventare una prassi ordinaria. Il requisito essenziale perché i controlli sul lavoro, anche quelli difensivi, siano legittimi resta dunque, per la Corte, la loro rigorosa proporzionalità e non eccedenza: capisaldi della disciplina di protezione dati la cui “funzione sociale” si conferma, anche sotto questo profilo, sempre più centrale perché capace di coniugare dignità e iniziativa economica, libertà e tecnica, garanzie e doveri”.